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Il gioco delle sedie.




Sono passate 4 settimane dal mio rientro in Italia. In questo periodo, a parte ingrassare, la mia principale occupazione è stata girare l’Italia da nord a sud per rivedere amici e persone che, in un modo o nell’altro, mi mancavano.

Ho ascoltato i loro discorsi, parlato con loro del futuro. Discusso riguardo la politica, il lavoro, l’innovazione, gli investimenti.

Cosa ho notato di diverso? Che cosa è cambiato?
Un anno è breve, dopotutto. In un anno le cose non cambiano radicalmente, ma cambiano abbastanza da essere notate anche da un occhio non troppo attento.

Vivere in Italia ormai è come giocare al gioco delle sedie.
Per chi non lo conoscesse, il gioco delle sedie è quel gioco in cui si corre tutti insieme intorno ad un cerchio  di sedie. Improvvisamente, non appena la musica si ferma, ognuno deve correre e sedersi il prima possibile in una delle sedie libere. Uno resta fuori, ad ogni turno. Sempre una sedia in meno. E una in meno. E una in meno.

Io non dico una poltrona, ma una sedia. Ormai in pochi possono permettersi una poltrona. Non è chiedere un posto fisso, ma è chiedere un posto a volte.

Sul blog dell’Adci trovate una mia lettera. È dedicata a chi si è stancato di giocare al gioco delle sedie.


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Una cartolina da Melbourne

Melbourne, le farm, e la lunga vacanza finale. Queste sono le 3 parti in cui si può dividere il mio viaggio. Per ognuna, troppi ricordi e più di 25 GB di fotografie. Mi sono preso il tempo di raccoglierli in 3 video. Questo è il primo, un ricordo di Melbourne. Una cartolina virtuale per chi ha seguito le mie parole durante tutti questi mesi


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Cronaca di un Copywriter non più a Melbourne - Giorno 173. Bisogno di muoversi.






“Viaggiare per 3 giorni percorrendo 2000 km. Dormire con gli Hippie. Declinare l’invito della signora settantenne che ti offre i biscotti con l’erba. Dormire in una panchina. Dormire in un Mac Donald. Dormire in un bungalow in cui acqua ed elettricità sono lusso. Mangiare noodles a colazione. Rannicchiarsi dentro il sacco a pelo al mattino. Guardare le stelle di un emisfero che non conosci. Cercare forme strane nelle nuvole. Prendere treni e prendere pulman. Perdere scarpe e ore di sonno. Vivere in un campervan anni 80 con altre 4 persone. Tè inglese e sigarette indiane. Svegliarsi alle 4 e mezzo del mattino per andare a raccogliere le cipolle. Ridere in tutte le lingue. Indossare una collana con il simbolo della pace. Salutare dal basso gli elicotteri. Leggere, scrivere e guardare film. Scivolare nelle giornate tediose sotto il sole del Queensland. Caffè solubile senza zucchero. Filtri di cartone e coperte logore. Pensare al futuro e accarezzare il presente. Abbracciare un viaggio morbido, sentire un viaggio libero.” 









Ho cambiato città. Dopo 6 mesi a Melbourne ho sentito il bisogno di scappare. Il paese in cui vivo adesso è composto da 5000 anime, la maggior parte delle quali obese e con un accento incomprensibile. Divido il bungalow con altre 4 persone, di 3 nazionalità diverse. Ogni mattina, prima che il sole sorga, andiamo alla fermata dell’autobus, aspettando i van degli agricoltori che ci vengono a prendere. Progettiamo il nostro futuro dormendo sui pochi risparmi. Tra circa un mese sarà di nuovo ora di riprendere lo zaino sulle spalle.


“Danzo anche per te
che credi non ci sia
bisogno di muoversi
per restare liberi.”

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Un anno sabbatico.


Come in molti già sanno, considero il viaggio e il tempo che sto trascorrendo all’estero come un anno “sabbatico”. Dopo Accademia e dopo un anno di lavoro in Enfants Terribles, pensavo fosse giunto il momento di prendermi una pausa per due sostanziali motivi. In primo luogo, non credo che a 22 anni abbia ancora capito quale sia la mia strada, ed un anno dall’altra parte del mondo mi avrebbe aiutato a mettere a posto le idee; come secondo motivo devo includere la carriera. Viaggiare in un altro paese più ricco economicamente, e così diverso dall’Italia in fatto di cultura mi avrebbe aiutato a recuperare la creatività che stava affogando dentro di me e mi avrebbe dato la possibilità di cercare il colpo di fortuna in un’agenzia oltreoceano.

Il punto della questione in ogni caso non è la mia esperienza, ma il tempo. Il tempo che ci manca sempre e che, un giorno, decidiamo di prenderci.

In questo filmato, uno dei designer più famosi al mondo spiega la sua teoria riguardo gli anni sabbatici. Stefan Sagmeister ogni sette anni chiude il suo studio a New York per prendersi un anno di vacanza, e con lui, tutti i suoi dipendenti. Durante questo anno di libertà si prende del tempo per viaggiare, conoscere nuovi paesi e nuove persone, creare nuovi progetti, raccontare storie.

Al suo ritorno sulla scrivania, il bilancio è sempre positivo.

Non vi chiedo un anno, ma prendetevi una decina di minuti per guardare il video. Buona visione.



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Cronaca di un copywriter a Melbourne - Giorno 132



Sono uno studente. Sono un videomaker. Sono un cameriere. Sono un viaggiatore. Sono un sommelier. Sono un copywater. Sono un uomo di casa. Sono libero. Sono vegetariano. Sono barbuto. Sono felice. Sono persone che mi ero dimenticato di essere e che ho ritrovato dall’altra parte del mondo.



Colonne massicce in stile vittoriano sovrastano qualche decina di persone. C'è un ragazzo asiatico alla mia sinistra, sta scattando delle fotografie alle statue. In basso, seduta in un angolo, una ragazza sta leggendo un libro. Si sistema i capelli e sorride senza distogliere lo sguardo dalle righe. Intorno a me una folla annoiata, ansiosa, assonnata.

Puntuale, come ogni mattina. Ore 10. I grandi portoni verdi della State Library of Melbourne si spalancano. Un fiume di persone si riversa tra gli scaffali, le poltrone. Si aprono i laptop, si sistemano i libri. Decine di caffè da asporto connettono i cervelli, mentre il network della State Library connette le loro appendici digitali alla rete. Passo un paio di ore a scrivere. Tante persone diverse, tante domande diverse. Cerco informazioni per il futuro e mi tengo in contatto con il passato.

Esco dalla libreria ed un sole autunnale mi acceca per qualche attimo. Alla mia destra, la statua di San Giorgio mi fissa acerba, mentre sotto di lui il drago grida silenzioso. Alla mia sinistra Giovanna d'Arco, a cui Nicolas, il mio più caro amico a Melbourne, porta un rispetto quasi religioso.
Salgo le scale e comincio ad affettare la cipolla. Per quando lei entra in casa c'è già il profumo di buono e la pasta è dentro la pentola. Passiamo il pranzo a parlare, il pomeriggio a scattare foto e a portare avanti i progetti.  Ci salutiamo all’ora del tè. Salgo sul tram 72.
Mi metto le cuffie ed ascolto musica, mentre cado dentro ad una nuvola di pensieri. Mi immagino spesso le mie colline dolci in quell’angolo di Toscana, mentre davanti a me vedo scorrere San Kilda road con il suo traffico e la nebbia sempre più fina.

Entro in cucina rompendo il muro di vapore che la separa dalla sala. Saluto i manager, i cuochi, gli aiuto cuochi, i lavapiatti, le blatte giganti, gli altri camerieri e prendo il cartellino. Timbro alle 16.54. Sono 6 ore tra piatti e posate, menù, wogs, fettuccine Novello, spaghetti bolognese, chicken parma, “How’s going mate?”, bestemmie in tutte le lingue, commenti sulle clienti, caffè, caffè doppi, dammiunaltrocaffètiprego.

Esco sullo scoccare della mezzanotte. Su Chapel Street resta l'eco della movida. Grida troppo acute e gonne troppo corte mi sfilano accanto. Sul cellulare c'è un messaggio di Jay, ha novità sulle farm.
C'è finalmente qualcosa di libero in Queensland.

Mi addormento tra le braccia di lei, sotto i piumoni alti 3 dita.
Tra meno di un mese non avrò più nè quelle braccia a stringermi, nè questi piumoni a coprirmi.


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Cronaca di un copywriter a Melbourne - Giorno 96

Le idii di Aprile si avvicinano. L’autunno soffia su Melbourne, e le foglie malinconiche riempiono le strade. Sono 3 mesi che ho lasciato l’Italia, 96 giorni per precisione di cronaca. Ci sono cose che ho imparato, e cose che ancora devo capire. Oggi tratterò le prime. Al mio ritorno su quell’aereo, cercherò di portarle con me.

Cosa ho imparato:

Ho imparato che “How’s going mate?”, non è sempre una domanda retorica. Ho imparato ad apprezzare qualsiasi cibo, senza far domande sugli ingredienti. Ho imparato ad attraversare la strada guardando dalla parte giusta. Ho imparato a chiedere il perché di ogni cosa. Poi ho imparato che a volte è meglio non chiedere il perché di ogni cosa. Ho imparato a voler bene ai miei animali domestici, le Cockroaches, simpatiche blatte che mi sorridono al mattino quando vado in bagno. Ho imparato che il culo prima o poi gira per tutti, devi solo continuare a muoverti. Ho imparato che, per quanto impegno ci metta, non riuscirò mai a lavare e stirare come mia madre. Ho imparato a rispondere “Buonasera”, quando dall’altra parte del telefono sento un “Buongiorno”. Ho imparato che in altre culture un sorriso può significare imbarazzo. Ho imparato il retrogusto dolceamaro che segue alle telefonate oltreoceano. Ho imparato che in inglese la traduzione di tamarro e lo slang per dire “italiano” sono la stessa parola. Ho imparato cosa vuol dire arrivare a fine mese sudandosi ogni centesimo. Ho imparato ad avvicinare gli opossum e a fare il verso dei pinguini. Ho imparato un po’ d’inglese, un po’ di francese e un po’ di spagnolo. Ho imparato che la felicità è una Ciambella glassata alle 2 del mattino mentre torni da lavorare. Ho imparato a pormi dei limiti, ed ho imparato a non rispettarli. Ho imparato a convivere con Cinesi, Colombiani, Australiani, Inglesi, Tedeschi, Francesi, Finlandesi e Americani. Ho imparato a lasciare le mance. Ho imparato a portare 4 piatti. Ho imparato a cambiare idea, a cambiare programma, a cambiare lavoro, a cambiare strada, a cambiare caffè, a cambiare espressione.

Ho imparato a non smettere di imparare.


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Cronaca di un Copywriter a Melbourne - Giorno 36

Non sono un tipo abitudinario. Almeno, non in genere. Mi piace cambiare strada, cambiare colazione, cambiare marca. Mi piace scoprire ogni giorno una cosa diversa, per evitare di cadere nell’abitudine.

Dicono che quando si ha un dejavù significhi che ti trovi esattamente in linea con il tuo destino, sei esattamente dove dovresti essere, al momento giusto, nel posto giusto. Non so se sia per questa mia attitudine a cambiare strada, o perché abbia preso scelte a volte difficili, ma non ho mai avuto un dejavù negli ultimi 5-6 anni.

Ho appena passato la prima boa, un mese e 5 giorni. E già ho paura di cominciare a stabilizzarmi. I primi giorni non capivo quelli che se ne scappavano in giro tra l'oceania e il sud est asiatico dopo pochissimi mesi dal loro arrivo, ora vorrei imitarli.
Esisteranno i copywriter in Laos?

P.s. A seguire una pièce del mio personaggio preferito in tutta Victoria.


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